lunedì 23 febbraio 2015

Un omicidio, un mistero e un matrimonio

Autore: Mark Twain
Editore: Elliot Edizioni
N° pagine: 63
Data d'uscita: Maggio 20114
Prezzo: € 9,00

Numerosi lettori conoscono Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens, esclusivamente per i suoi romanzi d'impianto comico e dalla forte critica sociale tra cui i più famosi sono: “Le avventure di Tom Sawyer”, “Il principe e il povero”, “Le avventure di Huckleberry Finn”, “Un americano alla corte di Re Artù” e “Wilson lo zuccone”.
Nel corso della sua carriera il famoso intellettuale statunitense ha scritto però numerosi racconti umoristici tra i quali figura “Un omicidio, un mistero e un matrimonio”, pubblicato in Italia da Elliot edizioni nel 2014, destinato ad una proposta, fatta da Twain stesso alla rivista “Atlantic Monthly”, nella quale alcuni scrittori, tra cui anche un giovane Henry James, dovevano escogitare finali diversi per un'unica storia.
Il progetto naufragò e il manoscritto, che anticipa i temi e lo stile della produzione successiva del grande autore americano, rimase in un cassetto per oltre un secolo.
Soltanto nel 2001, dopo essere stato ritrovato in una biblioteca pubblica, è stato infatti stampato per la prima volta in volume.
Irriverente e piena d'ironia, ambientata a Deer Lick, piccolo centro del Missouri, nonostante sia poco più che una bozza, molto banale e con una trama debole, quest'opera è molto leggera, scanzonata e di grande ascendenza.
L'impronta dello scrittore di Florida è estremamente riconoscibile e i personaggi che danno vita alle vicende narrate, sebbene soltanto accennati, abbracciano una vasta gamma di tipologie.
Tra i numerosi altri, si muovono sulla scena di un piccolo villaggio agricolo: un padre che vuole procurare un marito alla figlia, un innamorato benestante che viene respinto e uno zio ricco che deve fare testamento.
La quiete di questa comunità viene turbata da uno straniero che “piove dal cielo”, eroe negativo grazie al quale gli eventi precipitano.
In poco tempo infatti un omicidio viene commesso seguendo tutte le regole del buon giallo, un innocente rischia la forca, un matrimonio d'amore viene impedito e uno d'interesse si dovrebbe realizzare.
Sebbene l'intreccio sia risolto da un colpo di scena finale che fa da collante a tutti gli episodi lasciati in sospeso, il lettore, per la grande empatia che lo lega ai protagonisti, non riuscirà a staccarsi dalle poche pagine del libro, che inizia con un testo che che spiega i retroscena che hanno portato alla sua stesura, finché non lo avrà terminato.
Molto divertente inoltre è la presa in giro di Jules Verne, dipinto come un po' folle e grottescamente sadico.
Alla luce di quanto detto, la lettura di questo volumetto, arricchito dai disegni di Peter de Sève, collaboratore del “New Yorker” e noto al grande pubblico per i film d'animazione come “L'era glaciale”, “Tarzan” e “A Bug's Life” a cui ha preso parte , è consigliata sia agli appassionati di letteratura anglosassone che a coloro che cercano lavori che permettano di passare qualche ora di svago.

venerdì 2 gennaio 2015

Il taccuino di Sherlock Holmes

Autore: Arthur Conan Doyle
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Collana: Classici del Giallo
N° pagine: 250
Data d'uscita: Dicembre 2014
Prezzo: € 4,90

Come ben sanno i cultori di gialli, l'insieme delle avventure dedicate dal medico e scrittore scozzese Arthur Conan Doyle a Sherlock Holmes, conosciute come canone holmesiano, si compongono di 4 romanzi e 56 racconti.
Tra questi figurano anche quelli riuniti ne “Il taccuino di Sherlock Holmes”, quinta ed ultima antologia di storie aventi per protagonista il famoso detective.
In questa raccolta, pubblicata originariamente in volume nel 1927 e riproposta dalla Mondadori nel numero di dicembre 2014 dei Classici del Giallo, saltano all'occhio del lettore numerose particolarità.
Nove dei dodici testi che compaiono in questo tomo trattano di imprese che, come di consueto, sono narrate dal Dottor Watson, mentre tre casi, cosa che non avviene abitualmente nell'opera di Doyle, sono riportati dallo stesso Holmes.
Un'altra peculiarità da mettere in evidenza, che renderà la lettura di questo libro ancora più appassionante, è che l'autore, a questo punto della sua vita affascinato dalla tematica dello spiritismo, pone l'attenzione sulla componente soprannaturale mostrandoci persone affette da vampirismo e uno scienziato che, attraverso una strana pozione magica, riesce a mutare la propria natura.
Nonostante ciò anche le vicende relative a questi soggetti vengono trattate dal protagonista con la raccolta di indizi sul campo e le tecniche di deduzione di cui è maestro.
Queste sue attitudini gli permettono di sventare episodi criminosi che non sono quello che sembrano e di trovare soluzioni razionali a fatti apparentemente inspiegabili con la sola logica.
Per quanto riguarda la parte letteraria, lo stile degli scritti è coinvolgente e sintetico.
Il linguaggio adottato è formale ed informale a seconda delle situazioni in cui si trovano i personaggi e il registro, alternativamente colloquiale e scientifico, costituisce uno dei tratti di novità che Conan Doyle ha apportato alla letteratura poliziesca.
Tra i temi presenti il principale è quello della giustizia che come sempre trionfa anche se la divisione fra il bene e il male non è mai netta.
Alla luce di quanto riportato, nonostante risenta di evidenti segni di stanchezza e di inaridimento della vena narrativa dell'intellettuale di Edimburgo, l'acquisto di questo libro è estremamente consigliato a tutti gli appassionati.

giovedì 11 dicembre 2014

Gionni Peppe & Gionni Lupara

Autore: Benito Jacovitti
Editore: Edizioni NPE
Collana: Nuvole d'autore
N° pagine: 128
Anno d'uscita: 2013
Prezzo: € 19,90

Nel mese di aprile del 2013 hanno visto la luce per la prima volta in volume, nella loro versione originaria voluta dall'autore a colori, le avventure di “Gionni Peppe & Gionni Lupara”.
Stampate nella collana “Nuvole d'autore” delle Edizioni NPE, dedicata alla riproposta della produzione del grande fumettista di Termoli Benito Jacovitti, queste storie, apparse originariamente su “Linus” nel 1973 e nel 1974 in bianco e nero e censurate a causa della pungente satira politica che le contraddistingueva, narrano le gesta di un giovane gangster che, dopo essere stato un duro di Kansas City dallo spiccato accento romanesco, diviene un picciotto siculo.
Le tavole di questi serial, a cui fanno da contorno interventi critici di Luca Boschi e Andrea Sani, che ripercorrono la carriera di Jacovitti e toccano punti interessanti come quello della censura alla quale dovette sottostare durante la collaborazione con Linus, sono, come di solito avviene quando si parla del grande autore molisano, estremamente affollate di personaggi, mani, piedi, salami, vermi, matite, dadi e pettini.
Questa ricchezza di particolari però, non rende la narrazione dispersiva ma, al contrario, fa si che la trama si faccia seguire fino in fondo e sia estremamente appassionante e coinvolgente.
Nonostante le vicende presentate propongano una parodia dei film gangsteristici, tanto di moda in quel periodo, non mancano legami dei personaggi e delle ambientazioni con l'attualità, riferimenti alle tensioni politiche e sociali che caratterizzarono i primi Anni Settanta del '900, spuntano qua e là nelle vignette cartelli con su scritto “Raglia raglia Giovane Itaglia” o soggetti che confessano di essere così per colpa della società, e frecciatine ad Oreste Del Buono, allora direttore di “Linus”, agli autori ospitati nella rivista e alle attività delle sinistre.
Altre caratteristiche che rendono quest'opera molto appetibile per ogni appassionato sono: trovate divertentissime all'insegna di uno humour pungente e di una satira spietata nei confronti di una società in cui terrorismo e attentati erano all'ordine del giorno, eroi memorabili, caratterizzati molto comicamente, come, per citarne solo alcuni, il temibile poliziotto spernacchiatore Billy Mandracchio o l’irascibile boss Nat Corlacchione e un linguaggio molto suggestivo, che mischia italiano popolare e dialetto con termini creati appositamente, che fa si che l'incedere del racconto, a dispetto dell'argomento trattato, sia leggero e scanzonato.
Tutti questi fattori, uniti ad una confezione molto curata e a un apparato redazionale, posto in calce all'albo, che contestualizza il significato delle trovate umoristiche di cui straripano le tavole, rendono la lettura di questo libro spassosa per un variegato numero di persone tra cui rientrano sicuramente sia gli amanti del buon fumetto che quelli di letteratura gialla e film polizieschi, ma anche chi voglia capire le dinamiche dell'Italia degli anni di piombo senza consultare noiosi manuali di storia.

sabato 15 novembre 2014

La mala ordina

Regia: Fernando Di Leo

Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Augusto Finocchi, Ingo Hermess

Fotografia: Franco Villa

Musiche: Armando Trovajoli

Montaggio: Amedeo Giomini

Cast: Mario Adorf, Adolfo Celi, Henry Silva, Woody Strode

Anno d’uscita: 1972

Concepito inizialmente con il titolo "Ordini dall’altro mondo", "La mala ordina" rappresenta il secondo capitolo della Trilogia del Milieu diretta da Fernando Di Leo all’inizio degli anni Settanta.
Il rapporto del film con i racconti di Giorgio Scerbanenco è, in questo caso, più chiaro che in "Milano calibro 9".

Anzi, proprio dall'omonimo racconto, che aveva dato il titolo al precedente lavoro, Di Leo trae spunto per la situazione di base del plot, in cui un piccolo “pappone” milanese, Luca Canali, finisce, senza colpa, nella ragnatela di un regolamento di conti tra i pezzi grossi dell’Organizzazione e si vede costretto a lottare contro due killer newyorchesi spediti in Italia per liquidarlo.

Per il ruolo del protagonista si era pensato in un primo momento a Mario Petri, che era stato attivo nel genere peplum e si era quindi dedicato al canto lirico, ma la scelta finale cadde su Mario Adorf, che già in "Milano calibro 9" si era distinto nella caratterizzazione di un gangster smargiasso e sanguigno.

Luca Canali recupera aspetti del precedente Rocco Musco, a livello formale, ma la caratterizzazione del personaggio da parte di Adorf in questo lungometraggio si fa più complessa ed è perfetta la progressione con cui Di Leo lo fa evolvere da vittima sbigottita degli eventi a spietato giustiziere mosso dal motore della disperazione.

"La mala ordina" segna, inoltre, l’ingresso nella compagine dileiana di due attori che torneranno spesso nelle successive pellicole del regista: Henry Silva e Woody Stroode, perfetti come coppia di killer agli ordini del potentissimo Mr. Corso.

L’egida produttiva del film è sempre quella della Daunia, associata per l’occasione alla tedesca Hermes Synchron (e il coproduttore Ingo Hermes appare accreditato in sceneggiatura, per ragioni esclusivamente burocratiche, pur non avendo, in realtà, scritto nulla).

Anche il cast tecnico è il medesimo di "Milano calibro 9", mentre tra gli attori del film precedente Di Leo riconvoca Mario Adorf, cucendogli addosso il ruolo del protagonista, un piccolo “pappone” milanese che si trova invischiato suo malgrado in un regolamento di conti mafioso a causa di una partita di droga trafugata.

Oltre ai tempi e ai ritmi narrativi perfetti, le scene d’azione sono tra le migliori che Di Leo abbia mai girato: in particolare il lunghissimo e disperato inseguimento di Adorf dell’assassino di sua moglie e di sua figlia, e oltre all’accuratezza nel definire psicologicamente le varie tipologie dell’universo delinquenziale, dai boss ai picciotti, “La mala ordina” colpisce per la precisione e la straordinaria resa degli interpreti principali: Mario Adorf, innocuo “pappone” capace di trasformarsi in una belva, gli americani Henry Silva e Woody Stroode, inedita e ben assortita coppia di spietati killer, e Adolfo Celi, nel ruolo del capo dell'Organizzazione, nello stesso tempo spregevole opportunista e uomo d’onore.

giovedì 6 novembre 2014

Il tesoro di Leonardo

Autore: Massimo Polidoro
Editore: Edizioni Piemme
Collana: Il battello a vapore
Data di Pubblicazione: Ottobre 2014
Pagine: 288
Prezzo: € 16,00

A quella di giornalista e di divulgatore scientifico, Massimo Polidoro, psicologo, investigatore di fenomeni paranormali e segretario nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), affianca dal 2006, anno in cui è uscito “Il profeta del Reich”, una intensa attività letteraria.
E proprio questa occupazione l'ha portato alla pubblicazione, nella collana delle Edizioni Piemme dedicata ai ragazzi Il Battello a Vapore, del libro “Il tesoro di Leonardo”, uscito alla fine del mese di ottobre nelle librerie italiane.
Questo volume, che si può ascrivere al genere del giallo storico, partendo da suggestioni legate a misteri riguardanti Leonardo Da Vinci e la sua produzione artistica, ingegneristica e letteraria, racconta un'avventura che ruota attorno a sue fantomatiche ricchezze.
Protagonisti delle vicende narrate, avvincenti e piene di tensione, sono due ragazzini: Leo e Cecilia, che si conoscono per caso al Castello Sforzesco di Milano.
Da questo luogo partirà una suggestiva caccia al tesoro, sulla traccia di indizi che Leonardo ha disseminato per il capoluogo lombardo, che vedrà i due eroi scontrarsi con un misterioso e ricchissimo collezionista d'arte che farà di tutto per impadronirsi dei beni del genio toscano.
Inutile dire che, tra un colpo di scena e l'altro, il lieto fine è assicurato e che la conclusione del volume vedrà tra gli altri comprimari, tutti caratterizzati molto accuratamente sia dal punto di vista fisico che psicologico, l'apparizione di un personaggio la cui presenza sarà fondamentale per la risoluzione delle trame tessute con grande maestria dall'autore.
Polidoro con il ritmo coinvolgente e lo stile asciutto che caratterizza i suoi lavori fa conoscere al giovane pubblico a cui si rivolge l'opera, tramite alcuni escamotage, una delle figure più rappresentative del rinascimento italiano.
Per quanto riguarda le ambientazioni, molto curate e baste su scorci che lo scrittore sembra conoscere bene, la Milano in cui si muovono gli attori degli eventi è estremamente riconoscibile con i suoi musei, le chiese, le strade e gli edifici che fanno da cornice a una storia ricca di pathos.
Molto bella e suggestiva infine, anche la copertina del disegnatore meneghino Matteo Piana grazie alla quale, attraverso una grafica curatissima, colori luminosi e una composizione imponente, il lettore ha un impatto immediato con i protagonisti del romanzo.
Tutti questi fattori fanno si che la lettura di questo libro, che si rivolge ad una variegata platea di persone, sia consigliata sia agli appassionati di letteratura gialla che a quelli di misteri e della storia italiana del 1500.

venerdì 24 ottobre 2014

Uccidi il padre

Autore: Sandrone Dazieri
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Mese di uscita: Maggio 2014
Collana: OMNIBUS
N° Pagine: 562
Prezzo: € 18,00

Pubblicata da Mondadori e uscita nelle librerie italiane nel maggio del 2014, “Uccidi il padre” è un'opera dello scrittore e sceneggiatore cremonese Sandrone Dazieri.
Abbandonato il suo personaggio più famoso, il Gorilla, protagonista di una serie di romanzi noir metropolitani molto amati da un vasto numero di lettori e di un film interpretato da Claudio Bisio, l'autore dà vita ad un thriller frenetico e claustrofobico.
Scritto con uno stile scorrevole e asciutto e dotato di dialoghi scarni e incisivi questo libro, che nonostante le 562 pagine di cui è composto costituisce una lettura veloce, appassionante e ricca di tensione e colpi di scena, si può considerare la risposta italiana a “The Manchurian Candidate” di Richard Condon.
Cardini della vicenda, il cui svolgimento ricorda a grandi linee quello de “Il silenzio degli innocenti”, sono tre persone molto diverse tra loro: Colomba Caselli, una poliziotta in congedo dopo un evento tragico a cui ha assistito impotente, Dante Torre, un esperto di individui scomparsi e abusi infantili, le cui incredibili capacità deduttive sono eguagliate solo dalle sue fobie e paranoie, soprannominato “l'uomo del silos” perché da bambino è stato cresciuto ed educato all'interno di un silos e un individuo, “Il Padre”, l'unico contatto che, durante la prigionia, Dante aveva con il mondo esterno.
Affiancati da comprimari molto ben connotati, sia fisicamente che psicologicamente, questi soggetti sono gli interpreti di una storia che, nonostante sia un'opera di fantasia che parte come una normale caccia ad un serial killer, prendendo spunto da reali attività svolte dalla CIA, durante gli anni cinquanta e sessanta del XX secolo, che avevano come scopo quello di influenzare e controllare il comportamento delle persone, assume peculiarità diverse da quelle che il lettore si aspetta, spiazzandolo e rendendolo partecipe di eventi che coinvolgono alte entità come stato ed esercito.
A dimostrazione della plausibilità della trama poi, anche le ambientazioni sono precise e ben documentate.
I fatti si svolgono a Roma e Cremona, due città che Dazieri conosce molto bene, in cui alla descrizione di zone di fantasia, funzionali allo svolgimento degli episodi narrati, sono alternate quelle di luoghi geografici ben precisi.
A questi tratti si aggiunge una scansione dei capitoli molto equilibrata e un ritmo serrato in cui a momenti frenetici si alternano attimi di tranquillità.
Il finale, in cui si arriverà a tirare tutte le fila degli intrecci, è molto ben costruito ma nonostante ciò all'improvviso vengono a galla sottotrame che daranno adito ad altri dubbi che non saranno risolti.
Alla luce di quanto scritto si può quindi affermare, senza paura di smentite, che questo volume sia una lettura consigliatissima oltre che per gli appassionati di letteratura gialla anche per chi cerca in un romanzo spunti di riflessione e trame appassionanti.

giovedì 16 ottobre 2014

Milano calibro 9

Regia: Fernando Di Leo

Fotografia: Franco Villa

Musiche: Luis Enriquez Bacalov

Montaggio: Amedeo Giomini

Cast: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Mario Adorf, Philippe Leroy, Lionel Stander

 Anno d’uscita: 1972


"Milano Calibro 9", film girato nel 1971 e uscito l’anno successivo, è il primo capitolo della celebre Trilogia del Milieu, continuata da "La mala ordina" e conclusa da "Il boss", nel corso della quale Fernando di Leo esplora i vari aspetti del mondo della criminalità organizzata.
Il titolo del film è tratto da quello di un racconto di Giorgio Scerbanenco e sempre dallo scrittore russo derivano alcuni spunti di sceneggiatura, per esempio il pacco bomba alla stazione, derivato da "Stazione centrale ammazzare subito".

Al di là degli spunti però, si può dire che Di Leo abbia costruito il proprio lungometraggio in assoluta autonomia utilizzando la categoria del noir per un personale discorso sociologico e antropologico, oltre che filosofico, sull’universo delinquenziale.

La riuscita perfetta di "Milano calibro 9" passa anche attraverso l’uso accorto degli attori, in particolare Gastone Moschin, che per la prima volta nella sua carriera si cimenta in un ruolo drammatico, Barbara Bouchet, nella cui bellezza il regista trovò riflessi di ferocia adatti al personaggio, Mario Adorf, artefice di una caratterizzazione memorabile nella parte del violento e sardonico Rocco Musco e Lionel Stander che inaugura la tradizione dei grandi interpreti hollywoodiani adottati da Di Leo nei propri noir.

Ma vera protagonista del film è la città, Milano, che si affranca da una pura funzione di sfondo della vicenda narrata diventando un centro nevralgico di lotte intestine tra la malavita e un ganglio di interessi economici sporchi.

"Milano calibro 9", come si è precedentemente detto, girato sul finire del 1971, è il primo capitolo ideale di una trilogia che si andrà completando nei due anni successivi con "La mala ordina" e "Il boss", nell’arco della quale Di Leo traccerà le coordinate di un nuovo universo del crimine quale si era andato affermando in Italia e soprattutto nelle grandi metropoli del nord in quegli anni.
Una visione diretta, secca, priva di orpelli ma straordinariamente acuta e con esiti lirici nella sua capacità di afferrare l’essenza antropologica degli individui, distinguendone i tipi e sottolineandone le psicologie, con un occhio sempre fisso alla società che produce i “delinquenti”.

I noir dileiaini diventano così una chiave interpretativa del reale, delle sue contraddizioni, e dell’irriducibilità dialettica tra apparenza e destino.

"Milano calibro 9", originariamente pensato con il titolo "Da lunedì a lunedì", uscì nei cinema in una forma lievemente diversa da quella in cui è poi circolato nei supporti home-video, con la sovraimpressione di giorni e ore a scandire le varie fasi della storia e a dare il senso del procedere inesorabile del tempo.

Grande pregnanza al tutto offre infine la colonna sonora, composta da Luis Bacalov ed eseguita dal gruppo degli Osanna, che commenta magnificamente l’alternarsi di crudeltà e lirismo alla base di quello che giustamente si considera il capolavoro di Fernando di Leo.